Sociologia del furto d’appartamento

Sarebbe solo un ennesimo fatto di cronaca. Il furto negli appartamenti di questi giorni. I ladri passano al setaccio intere zone residenziali, spesso isolate e disabitate momentaneamente. Complice il contesto e la stagione propizia, favorevole a questi moderni “Barbari” autentici e scaltri predoni di affetti. Predoni invisibili che violano anche spazi abitati, vitali. Il ladro d’appartamento conosce bene il conteso d’azione e il “modus operandi”. Non vogliamo scrivere per l’ennesima volta la “verbalizzata” cronaca dei furti in appartamento, che è in preoccupante e costante aumento nell’Agro Vesuviano. Dovremmo farlo, per dovere di cronaca e per etica professionale, ma a questo punto preferiamo capire ed analizzare il fenomeno sotto una luce più meramente sociologica. Infatti esiste anche una “sociologia del furto”, un preciso studio del fenomeno criminoso. C’è una precisa dietrologia ad ogni furto, denunciato o meno. Una dietrologia pregna di piccoli drammi personali. Una precisa dinamica umana.

‹‹I ladri hanno asportato oggetti di scarso valore››. La tipica frase che chiude i verbali delle forze di polizia dopo un furto in appartamento. E’ la genesi di un dramma ben più complesso e articolato, secondo Angelo de Nicola . Il furto, quasi sempre, nella maggiore dei casi, cambia la vita alla persona derubata, soprattutto nelle donne. La vittima rischia di essere colpita da una vera e propria sindrome che causa senso di insicurezza, perdita di fiducia in se stessi e negli altri, aggressività verso il prossimo e persino una possibile e patente depressione post furto. In un indagine dei primi anni duemila la sociologa Rosantonietta Scramaglia, docente all'Università Iulm di Milano, durante il seminario internazionale "Global security – sicurezza senza frontiere" tenutosi all'Aquila, presentò sorprendenti risultati di una sua indagine sui furti in abitazione, svolta su un campione di vittime.

Dal sondaggio tra uomini e donne in età compresa tra i 16 e gli 80 anni, la professoressa scoprì che era proprio il "piccolo" furto quello più letale per a psiche: nel 71 per cento dei casi incideva sul comportamento abituale delle persone, modificandolo per sempre. ‹‹Chi ha subito un furto – dice Scramaglia – diventa più timoroso e insicuro, si spaventa più facilmente, ogni volta che entra in casa controlla immediatamente se è tutto in ordine e prima di uscire nasconde gli oggetti di valore e la domenica frequenta, direi maniacalmente, i mercatini per cercare di rintracciare le sue cose››.

Successivamente Scramaglia contestò il concetto comune del “furto un reato minore” proprio per lo choc che provocato nelle vittime. Violentate nell'intimo, spesso nel momento di maggiore vulnerabilità fisica, nel sonno, con conseguenze preoccupanti. ‹‹Un oggetto – spiegava la studiosa – caro al proprietario magari per i ricordi del passato che evoca, sotto il profilo economico può valere mille lire. Eppure, nel sondaggio è emerso che quell'oggetto di "scarso valore" per il proprietario è come se facesse parte integrante del proprio corpo, come un arto insomma. Una violenza "carnale": reato grave, dunque, non reato minore››.

Il contesto amplifica l’ansia. Lo choc della sottrazione violenta, magari avvenuta in casa che è il rifugio per eccellenza, si aggrava oltretutto al momento della denuncia, altri esorcizzano con la rassegnazione la sottrazione vivendo il furto senza denunciarlo alle forze di polizia per un diffuso senso mancata fiducia nelle forze dell’ordine: ‹‹Il 90% delle vittime – scrive Scramaglia – prova infatti sconforto, fastidio e stupore nel rendersi conto che per gli agenti il loro racconto è routine, normalità è per questo che in molti la denuncia non la presentano nemmeno convinti che intanto non ritroveranno mai le loro cose. Del resto, tra il campione degli intervistati, solo quattro su cento hanno ritrovato la refurtiva e solo il 10% ha ottenuto il risarcimento.››
Luciano Verdoliva