Miserere. Week end nel centro commerciale

E’ una polemica, forse. La redazione, spesso, viene usata dai lettori – webnauti come sfogatoio. Una virtuale agorà di lettori / utenti delusi dalle mancate aspettative degli amministratori e dei politicanti che hanno votato con aspettative di miglioramento della qualità della vita. Scrive un lettore, che resta anonimo, per motivi meramente di natura personale: ‹‹ In assenza di vita sociale per gran parte dei miei week end sono costretto a “migrare” con i miei familiari nei vari centri commerciali della zona, dove incontro una “babele” di persone ma un clima artificialmente ricreato che mi fa sentire un estraneo sfruttato e imposto all’acquisto››.

L’avvento di questi grandi centri commerciali, di queste piccole città simulate, questi ambienti condizionati, hanno cancellato riti e centenarie gestualità. E’ improvvisamente venuto a mancare lo struscio, l’antico rituale del passeggio domenicale per il corso cittadino, tra gli odori dei carciofi e dei ragù preparati sul fuoco lento dei carboni delle “fornacelle”. Si è persa quella sociologia dell’incontro e del rito. Sono scomparsi i corteggiamenti tra la folla rumorosa che accalcava il corso. Ci pensano i telefonini e i social network. Ora si preferisce "migrare" verso questi enormi santuari della nuova socialità. Una sorta di sociologia del consumo che condiziona. Alle secolari tradizioni e ai rituali si è arbitrariamente sostituito un programmatico interesse commerciale dove sono eventi meccanicamente calendarizzati a scandire il tempo libero, condizionando anche il potere d acquisto.

In questi luoghi si riproduce tutto, in modo fittizio, dalla agorà al piccolo negozio, ma è solo una clonazione sociale che condiziona e induce all’acquisto. Tutto è apparente, i cicli sono veloci e senza riferimenti miliari. Si avverte, tangibile, l’assenza delle stagioni, sostituite dall’aria climatizzata che ristagna nelle gallerie luminose e inodori. Le attività aprono e chiudono battenti in un tempo molto veloce. La crisi-economica e gli onerosi costi di gestione – diventano una trappola anche per questi nuovi santuari. Questi grandi santuari del consumismo minimo. Assenti di odori, città compresse in poche migliaia di metri quadri, che stuzzicano e disinibiscono le pulsioni di grandi e piccoli. Colori artificiali e rigidi pannelli sono i veri carcerieri della realtà che scorre all'esterno sempre più alieno. Due tempi che scorrono i modo diverso e dove non ci sono più stagioni. I vicoli, le strade ventose, la socialità e l’amicizia sono solo reperti di una crisi d identità che si è smarrita, di un’antropologia cibernetica, di un tempo fin troppo moderno.
Luciano Verdoliva