La domenica del villaggio. Enzo del Forno, acquerello napoletano

Germoglia la primavera. Timidi i colori come fosse un grande acquerello, iniziano a dare tono alle cose. La luce cambia ed illumina in modo diverso, come le opere di Monet. Un grande quadro, questa domenica, un po’ fosca e senza orizzonte ma illuminata. Si affollano i centri commerciali, restiamo in pochi nella vena storica della città che chiede giusta memoria per il passato, quello anche recente.

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Chiedo venia al mio grande amico Alfio Lombardi. Con Lui ci siamo spesso intrattenuti a parlare del recente passato, del “direttore” Guastatore, del “professore” Alfano, del amico comune Michele Gallo, parte del nostro micro cosmo scomparso ma vivo e ben ancorato nella nostra memoria. Alfio da qualche tempo ha intrapreso un'altra splendida operazione di recupero. Tenere viva la voce e il ricordo di Enzo del Forno, forse troppo frettolosamente e ingiustamente caduto nell’oblio. La voce di Del Forno resterà una testimonianza intelligibile nel quadro, appunto, musicale della melodia partenopea degli anni d’oro del secolo scorso del “Festival di Napoli”, ignorato dalle nuove generazioni.

Enzo del Forno faceva parte dell’elite della canzone napoletana che aveva il suo caposaldo referenziale in Mario Merola e che allietava i sensibili ascoltatori con gemme preziose della tradizione canora napoletana. Ebbi modo di apprezzare il calore, la solidarietà e la stima che vi fosse tra Enzo del Forno e i suoi rispettabili e ascoltabili colleghi durante un banchetto nuziale nel 1994. Diedero saggio della loro vocalità unica artisti come Tony Bruni e Tony Astarita, personaggi che, insieme e senza dualismi, hanno reso nobile ed unica la melodia napoletana venata da una sottile malinconia amorosa. I temi dei brani eseguiti dal maestro Enzo del Forno e dai suoi illustri colleghi pennellavano una Napoli non tanto dissimile dalla borderline della provincia salernitana dove il cantante angrese visse.

Napoli nelle canzoni di Enzo del Forno diventava un vero documento sociale, un report fatto di note e melodie pronte ad evidenziare una dinamica umana unica nel suo genere. Quella napoletana. Un suk soleggiato. I mille mestieri, l'artigianato povero, gli ambulanti, le imprevedibili forme dell'arte di arrangiarsi: tutto il pittoresco e variegato mondo, insomma, vitale per la cosiddetta "economia del vicolo", tessera del mosaico urbano di Napoli, ma che mettevano in evidenza anche il disagio sociale di chi aveva, gioco forza, scelto di delinquere.

Erano spesso personaggi difficili, quelli cantati da Enzo del Forno, che mettevano in luce la forza del “guappo” ma che evidenziavano i tratti romantici tipici dell’archetipo del personaggio per eccellenza di Johnston McCulley: Zorro, che i fantasiosi parolieri declinano nella vittima del sistema: nel carcerato che anela la libertà perduta e fa irrimediabilmente i conti con le lancette distorte del tempo che ricordano il dipinto La persistenza della memoria (conosciuto anche come Gli orologi molli) di Salvador Dalí.

Anche l’amore delle sue canzoni è quello patito, d’altri tempi, sofferto e bramato, in sintonia con i costumi e la socialità tipica dell’epoca tra gli anni sessanta e settanta, quando la società italiana stravolgeva i suoi archetipi. “Spezzame sta Catena” fu la sua pietra miliare di Enzo del Forno. Amori contrastati e antieroi di una Napoli che da sempre in lotta contro la sussistenza, erano cantanti con il tocco della melodia classica impreziosita da una voce calda e conviviale. Del Forno sapeva cantare Napoli e i suoi mille aspetti, una città d’amore e per l’amore che ha sempre fatto innamorare per la sua viva antropologia quotidiana. Gli artisti, i cantori come Del Forno furono indiscutibili e veraci narratori delle gesta che poi diventavano canzoni, melodie e classiche, qualcosa che non sarebbe morto a stretto giro di epoca. Si dice immortale.

Le canzoni di Enzo del Forno furono qualche cosa di unico. Napoli diventava canzone e viceversa. Si può restare attoniti, sospesi a contemplare Napoli in ogni sua veduta in qualsiasi stagione, in qualunque condizione meteo. Napoli è colorata, esprime un colore per ogni stato d’animo. Anche il grigio dello smog e delle nuvole basse impreziosiscono all’inverosimile la città e le sue storie, soprattutto quelle femminili. Si la figura femminile. Grande risalto le diede Del Forno. Nella sue canzoni e una personaggio metaforico, un simbolo di bellezza mediterranea, solare e genuina icona. Una figura semplice al bivio della sforzata emancipazione femminile, che nel meridione consoce ancora l’ostacolo di una società chiusa verso l’apice patriarcale. Una figura femminile che è un po’ l’incarnazione eufemistica e simbolica di quella terra alla quale Enzo del Forno fu irrimediabilmente legato fino alla sua improvvisa fine in quel caldo 24 luglio del 2005, quando la sua voce cessò di cantare.

Quell’estate che seppe cantare in tanti suoi brani famosi, lo portò improvvisamente via. Si spense una delle più belle e immemorabili e interessanti voci della canzone napoletana del ventesimo secolo, mai banale e pedissequa. Una voce che ha saputo continuare a vivere in un'altra bella e interessante voce, quella del nipote Alfio Lombardi, che ora porta avanti, senza non poca difficoltà, questa importante impronta, e sono sicuro che Alfio sarà uno sei suoi più importati custodi.
Luciano Verdoliva