Sarno. Quando la memoria ferita non dimentica

Le ferite della montagna sono ancora evidenti, come quelle impresse nella memoria e nel cuore di chi in quella malanotte del 5 maggio 1998 perse affetti e averi. Sono passati quattrodici anni. Istanti. Il tempo è corso veloce. Lo stadio che ospitò le 137 bare pietosamente disposte in fila attende, domani, di vivere un momento di festa con la Sarnese pronta alla storica promozione in serie C. Quasi un riscatto collettivo, un esorcismo, una coincidenza di tempi che la storia ha voluto collegare in maniera fatale. Sembrano non esserci più tracce di quel movimento franoso di vaste dimensioni che rase al suolo la storica frazione di Episcopio, l'area maggiormente colpita. Ogni anno la mente però ritorna sui luoghi ai piedi del Saro, monte assassino suo malgrado, complice la disattenzione e una corretta salvaguardia del territorio. Padri, madri, figli, animali e cose furono cancellati da una furia di insopportabile forza, dopo che l'area del comprensorio di Sarno fu colpita da un eccezionale evento piovoso, che vide in 72 ore cadere sulla zona oltre 140 millimetri di pioggia.

Fatale fu quel 5 maggio, quando circa due milioni di metri cubi di fango si staccarono dalle pendici del monte Pizzo d'Alvano, ed investirono gli abitati circostanti. Venne travolto anche l'ospedale di Sarno, Villa Malta, posto alle pendici della montagna, diventato poi il simbolo di quella tragedia evitabile, forse, ma che nessuno aveva seriamente previsto, nonostante i presagi naturali. Poco poterono i canali di scolo di epoca borbonica, i regi lagni, che scorrono dalle falde del monte fino a dentro il paese, anche a causa dell'incuria e dello stato di abbandono in cui si trovano da anni, si riempiono immediatamente di detriti franosi trasformandosi in veri e propri lahar. Laddove gli argini non ressero, il fango invase le strade, invadendo con furia distruttrice i piani più bassi delle case, trascinando via tutto il possibile: auto, alberi e persone. C’è chi non ce la fece, chi invece lottò con tutte le forze aggrappandosi alla vita. Simbolo di questa impari lotta per la sopravvivenza fu sicuramente Roberto Robustelli, un ventenne, estratto vivo dopo più di tre giorni dal sottoscala in cui era stato trascinato dalla violenza del fango. Si cercarono colpe e si istruirono processi. Ma la memoria non ha cancella quell’irrimediabile dolore.
Luciano Verdoliva