Pagani. Processo Gambino. L’affondo della difesa

http://www.agro24.it/wp-content/uploads/2013/03/diddi-gambino-copy.jpgL'inesistenza del clan Petrosino D'Auria, l'inattendibilità di Amerigo Panico e l'inutilizzabilità delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Sono stati questi i punti cardine dell'arringa dell'avvocato Silvana D'Ambrosi, difensore dei fratelli Antonio e Michele Petrosino D'Auria e del consulente del lavoro ed ex capogruppo del Pdl in consiglio comunale a Pagani, Giuseppe Santilli. Il suo intervento ha chiuso le arringhe difensive del processo "Linea d'Ombra", sul presunto intreccio tra politica e malaffare nella città di Sant'Alfonso. L'avvocato D'Ambrosi ha precisato che le due sentenze del processo "Taurania" hanno stabilito che, a Pagani, non esiste il clan Petrosino D'Auria ma un'associazione per delinquere "semplice", finalizzata al traffico di droga. «Secondo quanto stabilito da sentenze del tribunale il clan Petrosino D'Auria non esiste -ha affermato-. E se non c'è un clan non può esserci scambio politico mafioso. Gli imputati hanno patito una lunga custodia cautelare perchè si è puntato su due nomi, quelli dei fratelli Michele e Antonio Petrosino D'Auria, contro i quali nessun tribunale ha scritto una sentenza di associazione di stampo camorristico».

Il legale dei fratelli Petrosino D'Auria e di Santilli ha focalizzato l'attenzione anche sui collaboratori di giustizia. A suo avviso, le loro dichiarazioni sarebbero inutilizzabili, in quanto raccolte dal pubblico ministero dopo i sei mesi che lo Stato concede ai collaboratori per raccontare quanto sanno rispetto a fatti di rilevanza giudiziaria. «I pentiti -ha detto la D'Ambrosi- hanno parlato a orologieria». Immancabili, poi, i riferimenti alla inattendibilità del "grande accusatore" Amerigo Panico, caposaldo di tutte le arringhe dei difensori. «Panico parla per bocca di diversi testimoni, di Toppetti, Brandini, Amendola -ha chiarito Silvana D'Ambrosi-. Se dietro tutto il processo c'è Panico che dice il falso, tutto il materiale probatorio risulta viziato da questo interesse». L'avvocato si è soffermato, poi, sul presunto movente alla base delle denunce del titolare del Pegaso.

«La denuncia non è arrivata nel momento delle presunte vessazioni, non è stata presentata nei periodi in cui secondo quanto riferisce l'imprenditore stesso, le pressioni sarebbero state forti, dal 2006 al 2008, ma nel 2011 -ha evidenziato-. Questo avviene perchè Panico, in quel momento si è sentito minacciato nei suoi interessi economici. Nel febbraio 2011, Gambino rientra nelle funzioni di sindaco, e presenta un programma che all'imprenditore piace poco. Il sindaco si schiera dalla parte dei lavoratori della Panico srl che chiedevano la mobilità e ascolta le richieste dei piccoli commercianti che chiedono la chiusura domenicale. Dietro la denuncia, quindi, non ci sono le vessazioni ma il danno economico che Panico intravede». Sulla stessa linea anche l'avvocato Giovanni Annunziata, legale dell'ex sindaco Gambino, che ha descritto Panico come un imprenditore «che non riesce a sopportare l'idea di non poter incrementare le sue attività economiche». Per Annunziata alla base di questo processo c'è «il dio denaro». Il legale dell'ex primo cittadino ha anche parlato dello stato d'animo del suo assistito nei momenti successivi all'arresto. «Io non sono quello descritto qui, non sono un camorrista, non sono neanche l'ombra di questo qui, mi ripeteva -ha riferito Annunziata-. E io gli ho garantito che la verità sarebbe emersa nel corso del processo, che saremo riusciti a dimostrare la sua totale innocenza e che sarebbe stato assolto».

Il legale dell'ex sindaco, così come aveva già fatto sabato il suo collega, il professor Alessandro Diddi, ha rimarcato l'inattendibilità di Panico, si è soffermato sulla celerità delle indagini durate solo cinquantasei giorni e ha stigamatizzato il «mancato vaglio critico delle dichiarazioni rese da Panico da parte degli inquirenti». Annunziata ha, infine, evidenziato la «devastazione» creata dall'aggravante dell'articolo sette, e i tanti equivoci che hanno contrassegnato il processo, primo fra tutti quello del rapporto di lavoro tra Michele Petrosino D'Auria e la Multiservice, mai esistito, essendo D'Auria dipendente del Consorzio di bacino Salerno 1 e non della società del Comune. Domani è prevista la replica del pubblico ministero Vincenzo Montemurro. Subito dopo, i giudici – presidente Anna allegro, a latere Paolo Valiante e Pietro Giocoli – si ritireranno in camera di consiglio per la sentenza con motivazioni contestuali.
Tiziana Zurro