Sarno. Papa Francesco telefona al suo amico Giuseppe Lagarese

"Ho conosciuto Papa Francesco nel 1965 a San Miguel, nella provincia di Buenos Aires, dove ero emigrato nel 1955 con la mia famiglia – racconta Giuseppe Lagarese – . Quando l’ho conosciuto non era ancora sacerdote. Lo conobbi in un incontro tra frati cappuccini. Lui faceva parte della Compagnia di Gesù ed io ero un laico. Fu lui ad avviarmi nel 1968 al lavoro nel piccolo Cottolengo di Don Orione di Chaypole, nella provincia di Buenos Aires, per la mia prima esperienza tra i ragazzi diversamente abili. Lui è stato sempre così, un uomo semplice, vicino ai poveri e alla sofferenza umana, animato da una grande dedizione e devozione per il Santo Poverello d’ Assisi.

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Lui, ora più che mai, vive questa realtà, per una nuova Chiesa Universale. Ordinato sacerdote, con il passare degli anni la nostra amicizia si è rafforzata sempre di più. Spesso mi mandava i suoi novizi gesuiti per il tirocinio tra i poveri. Da vescovo e poi da cardinale ci siamo spesso sentiti telefonicamente, dandoci sempre del tu. Il 4 giugno scorso – continua Lagarese – gli ho scritto una lettera in cui esprimevo il desiderio di poterlo riabbracciare. Mai, però, avrei potuto immaginare, che il mio amico Jorge, diventato Papa, si sarebbe ricordato di me. Mai avrei potuto immaginare che il telefono di casa mia squillasse e che dall’altra parte ci fosse lui, Jorge Mario Bergoglio, Papa Francesco . Eppure è successo qualche giorno fa. Io non ero in casa. Ha risposto mia moglie Alfonsina. “Sono Bergoglio, c’è Giuseppe?”. “Bergoglio?” “Sì, sono Jorge Mario Bergoglio, il Papa, cercavo Giuseppe”.

Mia moglie per poco non sveniva dall’emozione. E con voce tremante: “Mio marito non è in casa, è all’istituto”.”Mi scusi allora, lo chiamo più tardi”, ha risposto il Santo Padre. Pochi minuti dopo, sento squillare il mio telefonino. Erano le 17.25, non lo potrò mai dimenticare. In quel momento mi trovavo all’Istituto Don Luigi Orione di Ercolano, dove lavoro come educatore dei ragazzi diversamente abili. Quel giorno avevo mal di testa e mi ero appoggiato sul divano. Dall’altra parte del telefonino un signore, con voce candida e in lingua spagnola, mi dice:”Sono Jorge Mario Bergoglio, come stai?”. ”Jorge? Il Papa?”. “Sì, sono Jorge, il Papa, volevo salutarti. Che fai, non parli? Non ti senti bene?”. La telefonata è durata pochi minuti. Io a malapena riuscivo a dire una parola, il cuore mi batteva forte dall’emozione. Parlare con il Santo Padre al telefono non capita a tutti. “Ho letto la lettera che mi hai mandato, molto bella. Spero di rivederti presto”, mi ha detto, e ci siamo salutati. La più bella testimonianza che conservo di lui è questa sua semplicità, questo suo modo di essere sempre dalla parte dei più deboli e di chi soffre. Ora vorrei tanto riabbracciarlo e sentirmi, sia pure per un momento, vicino a lui, come quando ci siamo incontrati la prima volta, 48 anni fa, in Argentina". (A.O.)