“L’omicidio di Antonio Esposito Ferraioli fu commesso da ambienti camorristici”. Arrivano le motivazioni della sentenza

. Le dichiarazioni dei pubblici ministeri Diego Cavaliero e Vito Di Nicola e la testimonianza della sindacalista Lucia Pagano sono alla base della sentenza con la quale è stato riconosciuto ad Antonio Esposito Ferraioli lo status di vittima della criminalità organizzata. Lo si evince scorrendo le cinque pagine della sentenza firmata dal giudice del lavoro del Tribunale di Nocera Inferiore, Carlo Mancuso, che il 24 ottobre scorso ha accolto la domanda del fratello di Tonino, Mario Esposito Ferraioli, assistito dagli avvocati Alfonso Vuolo, Carlo De Martino, Gerardo Ferraioli e Monica Abagnara e ha condannato il Ministero dell’Interno, rappresentato dall’avvocatura distrettuale dello Stato, alla corresponsione della somma di danaro in un’unica soluzione al fratello di Antonio Esposito Ferraioli, nonché al pagamento delle spese del giudizio. Anche se a distanza di 36 anni dal barbaro assassinio non si è mai giunti a una verità processuale e gli autori e i mandanti non sono stati mai condannati, quello di Antonio Esposito Ferraioli fu un omicidio di camorra.

“La prova raccolta –si legge nella sentenza- ha condotto ad accertare con elevato grado di probabilità che l’omicidio di Antonio Esposito Ferraioli fu commesso da ambienti camorristici, cui Ferraioli stesso si contrapponeva in qualità di rappresentante sindacale aziendale della Cgil presso lo stabilimento Fatme di Pagani (all’epoca con 600 dipendenti). In particolare, egli aveva guidato la protesta sindacale contro la pessima gestione della mensa aziendale appaltata a ditte sostanzialmente facenti capo a Giuseppe e Aniello De Vivo, entrambi legati ad ambiente camorristici”. Il giudice Mancuso fa notare, infatti, che “Ferraioli aveva già ricevuto minacce da tali soggetti anche alla presenza di altri rappresentanti sindacali (come dimostrano le dichiarazioni rese da Lucia Pagano)”.

Sono risultate fondamentali anche le dichiarazioni di due pubblici ministeri che si erano occupati di criminalità organizzata presso la Dda di Salerno. “In particolare, Diego Cavaliero e Vito Di Nicola –recita la sentenza- hanno confermato di aver raccolto, in epoca successiva all’omicidio Ferraioli, le dichiarazioni del “pentito” Biagio Archetti, capo storico della camorra di Pagani, il quale confermò che l’omicidio era maturato in ambienti di camorra, legati al clan di Giuseppe Olivieri detto Peppe Saccone. Gli esecutori materiali erano stati indicati proprio in Aniello De Vivo, Aniello Ventri e Giuseppe Cuomo, già deceduti nelle more delle indagini per cause violente. Proprio per questa ragione, non si poté celebrare un processo per l’omicidio Ferriaoli che, tuttavia, era avvenuto in un contesto di criminalità organizzata, ed in anni in cui gli omicidi di camorra nell’Agro nocerino sarnese erano all’ordine del giorno”.

Per il giudice “le dichiarazioni trovano pieno riscontro nelle minacce che ebbe a subire Ferraioli, nella qualità di rappresentante sindacale aziendale presso la Fatme, per essere entrato in contrasto con interessi economici gestiti da personaggi legati ai suddetti ambienti camorristici e nelle modalità stesse dell’omicidio, avvenuto con un agguato portato a compimento con un fucile a pallettoni, modalità questa ripetutamente usata in quegli anni proprio per gli omicidi di camorra”. Nella sentenza si sottolinea, inoltre, che “tali elementi – come riconosciuto dalla stessa avvocatura dello Stato- avevano già fatto concludere agli inquirenti che l’omicidio fosse da ricondurre all’ambito dei numerosi omicidi di camorra perpetrati dai clan presenti nell’Agro nocerino” e che “la circostanza che non si sia mai giunti a una verità processuale in sede penale è dipesa, nel caso si specie, dalla premorienza rispetto alla conclusione delle indagini degli indiziati direttamente coinvolti”.

Dichiarazioni, testimonianze, riscontri che hanno spinto il giudice Mancuso ad accogliere la domanda di Mario Esposito Ferraioli, fratello del sindacalista assassinato nell’agosto del 1978 in via Zito a Pagani, che non si è mai arreso e ha sempre continuato a lottare per ottenere giustizia. Giustizia ripristinata almeno in parte grazie a questa sentenza con la quale Antonio Esposito Ferraioli è stato riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata.

Tiziana Zurro