Sfruttamento della prostituzione, arrestato un rumeno

Nella mattina di oggi, a Napoli, presso lo scalo aeroportuale di Capodichino, i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale di Salerno e del ROS hanno intercettato, appena sbarcato da un volo di linea proveniente dalla Romania, Gabriel Dumnica, 32enne rumeno, colpito da provvedimento cautelare della detenzione in regime di arresti domiciliari, poiché ritenuto responsabile del reato di “favoreggiamento e sfruttamento, in concorso, della prostituzione”.

Secondo quanto emerso dalle indagini, Gabriel Dumnica faceva prostituire la convivente e ne pubblicizzava attività e prestazioni su diversi social network e siti di incontri, favorendo l’incontro con i clienti.

Il provvedimento è stato emesso dal GIP presso il Tribunale di Salerno nell’ambito dell’attività investigativa che ha consentito di eseguire, il 16 aprile scorso, una misura cautelare personale emessa nei confronti di altri 15 indagati (8 in carcere, 1 agli arresti domiciliari e 6 obbligo di dimora), ritenuti responsabili a vario titolo dei reati di “associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione”, “favoreggiamento e sfruttamento, in concorso, della prostituzione”, “lesioni personali aggravate e tentato sequestro di persona” e “tentata estorsione”.

L’indagine – avviata il 4 ottobre del 2014 a seguito di una rapina messa a segno, in località lido Lago a Battipaglia, ai danni di una prostituta rumena alla quale era stata incendiata l’auto, seguita da una violenta aggressione nei confronti di una coppia di giovani del luogo appartati nelle vicinanza (F.G. e Natalino Migliaro, quest’ultimo deceduto il 12 dicembre 2014, in conseguenza delle gravi lesioni riportate) – ha consentito, in breve tempo, di individuare due aggregati criminali operanti sulla fascia costiera dei Comuni di Battipaglia ed Eboli, uno composto da cittadini rumeni con il supporto logistico garantito da due italiani, l’altro promosso e organizzato da cittadini albanesi con il concorso di un italiano.

Le investigazioni hanno consentito di stabilire che tutti gli indagati, in un clima di rispetto dei reciproci ruoli nel “controllo del territorio” favorivano e sfruttavano l’attività di prostituzione di diverse donne rumene (indicate nelle intercettazioni con l’appellativo di “pezza”, “cagna”, “maledetta”, “morta”), assicurando loro “protezione” anche mediante il “supporto logistico” garantito dai tre italiani, dietro l’imposizione di un corrispettivo fissato nella metà di quanto ricavato da ciascuna di esse nell’esercizio del meretricio.

Le donne, inoltre, venivano avviate alla prostituzione in settori territoriali ben delimitati e stabiliti per accordo tra gli stessi sfruttatori.

Per quanto attiene gli aggregati di etnia rumena, l’attività investigativa ha consentito di disvelare nei particolari le modalità con le quali avveniva lo sfruttamento delle donne, che nel caso degli sfruttatori rumeni coincidevano con le compagne conviventi degli indagati, nei confronti delle quali venivano poste in essere continue gravi minacce, spesso accompagnate da violenze fisiche con cui i protettori si garantivano la completa sottomissione delle meretrici e la piena disponibilità delle aree di competenza rispetto a terzi, a clienti insolventi ovvero ad altre prostitute.

Ogni indagato svolgeva diverse mansioni nella conduzione delle attività illecite in argomento: è stato individuato, di volta in volta, chi si occupava del reclutamento delle prostitute anche in altre aree della penisola, della protezione, del supporto logistico, dell’accompagnamento da e per la piazzola assegnata a ciascuna dal protettore, della vigilanza per eludere l’intervento delle forze dell’ordine lungo il tratto litoraneo interessato ovvero per scongiurare problemi con terze persone .

Per quanto attiene il gruppo criminale di etnia albanese, l’attività investigativa ha consentito di documentare l’esistenza di un vincolo associativo tra i sodali dediti allo sfruttamento e al favoreggiamento della prostituzione, evidenziato dal fatto che gli stessi, oltre ad accompagnare le prostitute sul luogo del meretricio preventivamente assegnato e a riaccompagnarle a casa, effettuavano una vera e propria vigilanza propedeutica sia a garantire la protezione alle donne (circa una decina, di etnia rumena) sia il controllo del territorio di competenza, ciascuno secondo specifici ruoli: i 4 indagati, infatti, disponevano di autovetture per i servizi logistici e di utenze cellulari dedicate al controllo, utilizzate anche per avvisare le prostitute della presenza di forze dell’ordine.

Inoltre, gli stessi si preoccupavano di fornire assistenza logistica alle “protette” e di dirimere le controversie che insorgevano a causa della presenza in zona di altre meretrici non sottoposte alla loro protezione, ovvero di clienti non ritenuti sicuri.

Il sodalizio criminale, per il “servizio” reso, tratteneva la metà del ricavato giornaliero dell’attività di meretricio.