Le finestre di Michele. L’acquedotto regionale campano del Sarno, i tubi che scoppiano e la spina nel piede della mucca

Periodicamente nei comuni dell’area Vesuviana meridionale – napoletano ed agro nocerino-sarnese – serviti dall’acquedotto campano del Sarno, si verifica la sospensione improvvisa e non programmata della fornitura idrica a causa della rottura delle tubazioni. La questione è assolutamente vecchia e si trascina avanti oramai da decenni.

Le tubazioni in calcestruzzo che “scoppiano”, del diametro di un metro e 30 cm e di 80 cm, danno luogo a fuoriuscite d’acqua improvvise che spesso, oltre a danneggiare campi e coltivazioni, mettono a repentaglio l’incolumità degli abitanti delle residenze prossime all’acquedotto, in quanto le case vengono invase dall’acqua, soprattutto nei piani interrati. A memoria sembra di ricordare che non vi siano state vittime di tali guasti, tuttavia si tratta solo di una fortunata coincidenza.

Perché le suddette tubazioni continuano a scoppiare da decenni? La spiegazione è semplice ed arcinota agli uffici regionali. Le tubazioni dell’Acquedotto Campano del Sarno, sono vetuste e presentano – già da anni – un grado di obsolescenza piuttosto accentuato, generato da una scadente qualità del materiale – calcestruzzo amato precompresso – impiegato per la costruzione avvenuta agli inizi degli anni ’70 ad opera della Cassa per il Mezzogiorno. Tali condotte sono strutturalmente rigide e pertanto poco inclini a sopportare sollecitazioni meccaniche che possono essere dovute a diversi fattori: azioni dell’uomo sulle aree sovrastanti, variazioni del livello di falda e conseguente maggiore o minore spinta dell’acqua esterna, sollecitazioni termiche tra il dorso della tubazione prossimo alla superficie del terreno e la parte più profonda, alternanza tra svuotamento e riempimento.

Essendo state posate in opera, tra l’altro, senza protezione catodica, i ferri di armatura del calcestruzzo costituiti essenzialmente da una spirale, sono in uno stato di spinta ossidazione e non assolvono più alla funzione o lo fanno in maniera del tutto insufficiente.

Oltretutto la condotta si è trasformata negli anni da semplice adduttrice dalla Centrale di Santa Maria della Foce in Sarno a quella di Boscotrecase, a distributrice dei comuni utenti con allacci diretti sulle stessa condotta.
Come mai gli interventi di riparazioni sono complessi, durano più di quanto si preveda, causano spesso ulteriori rotture e risultano alla fine, ovviamente, notevolmente costosi? Vediamo. A seguito del completo svuotamento della condotta, occorre sostituire il tratto danneggiato con una tubazione speciale in acciaio. Il nuovo pezzo di tubazione, che viene ordinato al momento, su misura, deve essere posto in opera opportunamente giuntato con i due tratti a monte ed a valle della rottura.
Quando la riparazione è completata si tenta di ripristinare il servizio con una manovra delicata, in quanto si procede ad aumentare gradualmente la pressione nella condotta fino a raggiungere la pressione di esercizio. E’ evidente che in questa fase si generano ulteriori shock strutturali, i quali agiscono su elementi già in precarie condizioni, e quindi risulta ancora più probabile che si verifichino nuove rotture.

La Regione Campania cosa ha fatto sulla questione in generale? Diciamo che da più di un decennio era stato progettato il rifacimento dell’acquedotto con tubazioni nuove. Sulla vicenda si sono innestate diatribe con i soggetti gestori, ricorsi al Tar sulle competenze, come al solito di tutto di più con l’acquedotto sempre lì in condizioni sempre peggiori. Del progetto e dei tempi di realizzazione ad oggi si sono perse le tracce, tutto fermo.

E ci viene in mente la storiella della spina nel piede della mucca. Un veterinario curava amorevolmente una mucca che aveva una spina nel piede ed il proprietario della stalla, sempre soddisfatto dopo ogni intervento, lo ringraziava omaggiandolo di una discreta quantità del buon latte della mucca.
Un giorno, essendo impegnato il veterinario padre, l’intervento fu eseguito dal figlio che aveva appena iniziato la professione. Al ritorno con viva soddisfazione riferì al padre che era tutto a posto e che era perfino riuscito ad estirpare la spina. Ed il padre con un misto di delusione e compassione gli disse “Caro figliuolo abbiamo finito di bere latte”. Dall’acqua al latte, forse è un’altra storia. Forse.

Ingegnere Michele Russo