Angri. Area pedemontana, la frana di due anni fa: cosa è stato fatto?

Due anni dopo che l’intensificarsi delle piogge e nonostante la messa in sicurezza operata la montagna sembra essere una costante minaccia per il fondo valle angrese

Angri frana 2017
Angri frana 2017

La frana del 6 novembre 2017 fa ancora paura. Due anni dopo che l’intensificarsi delle piogge e nonostante la messa in sicurezza operata dal Consorzio la montagna sembra essere una costante minaccia per il fondo valle angrese. Liberato da ostruzioni cementizie il canale alveo Sant’Alfonso e dato uno sfogo alle acque provenienti dalla montagna, la fase successiva per la messa in sicurezza del cratere era una riforestazione e un terrazzamento del suolo franoso.

L’alluvione moderna

Pochi giorni dopo quella frana sul posto a verificare lo stato del cratere si arrivò anche il geologo Franco Ortolani che catalogò l’evento come una “alluvione moderna”. Un flusso che lasciato gli alvei e inforcò il viadotto autostradale superando la profonda trincea nella quale scorre l’autostrada trovandosi direttamente sul centro storico senza ostacoli. I flussi fangosi e detritici innescatisi lungo i versanti devastati dagli incendi estivi in seguito al nubifragio investirono l’area del comprensorio agro tra Nocera Inferiore ed Angri alle prime ore del 6 novembre 2017 (circa 50 mm in circa un’ora). Detriti che si incanalarono in un vallone poi raggiunta la zona pedemontana dove gli alvei “sapientemente” cancellati dall’uomo non frenarono quella valanga fangosa. Un profondo e insuperabile ostacolo avrebbe potuto sbarrare la discesa verso il centro storico e l’invasione disastrosa dell’abitato: la profonda trincea nella quale scorre l’Autostrada Napoli – Salerno.

Cause scatenanti

Quell’anno la montagna fu ferita dagli incendi che in estate devastarono i versanti a monte che sommata dalla mancanza di vie di deflusso adeguate nell’area urbana fecero il resto. Durante l’estate i versanti boscati campani furono in parte devastati da incendi criminali che destabilizzarono la superficie del suolo ricoprendola di cenere. Restano tangibili i segni degli incendi sui versanti e le zone pedemontane, ancora oggi nelle stesse condizioni post alluvione per cui con l’arrivo dei nubifragi autunnali la situazione potrebbe essere nuovamente critica.

Le piogge del 6 novembre 2017 furono caratterizzate da vari eventi tipo nubifragio della durata di alcune decine di minuti che, laddove investirono versanti incendiati durante l’estate, innescarono i previsti flussi fangosi e fangoso detritici. L’instabilità sarebbe stata causata dagli incendi boschivi che determinarono l’accumulo di cenere impermeabilizzante sul suolo. Angri fu caratterizzata da invasioni di acqua fangosa e detriti fino nel centro città, a poche decine di metri dal Castello Doria, lungo strade che nel piano del rischio idrogeologico elaborato dall’Autorità di Bacino non erano state individuate come aree di possibile invasione di flussi fangoso detritici.

Ancora oggi il pericolo, seppure diventato marginale, esiste poiché l’area urbana è cresciuta senza alcun riguardo per le sistemazioni idrauliche, deviando, coprendo, intasando alvei. Ovviamente i tre aspetti si che determinarono i dissesti urbani del 6 novembre 2017. Ancora oggi, a messa in sicurezza parzialmente completata, Angri rappresenta uno dei prototipi di area urbana cresciuta “con disordine” nella zona pedemontana senza tenere conto delle problematiche geo ambientali che potrebbero interessare nuovamente il territorio come effetto proveniente dai versanti circostanti. Da più parti viene chiesto un serrato monitoraggio del cratere e maggiori interventi di ricognizione tesi a scongiurare nuove importanti criticità. La montagna è ancora ferita e le sue cicatrici non sono del tutto rimarginate.
Luciano Verdoliva

Foto da pagina social Pubblica Assistenza Angri