Scafati. Dalla cripta di Santa Maria delle Vergini riemergono i classici “scolatoi”

Gli scolatoi erano dei piccoli sedili contenenti un vaso detto «cantaro» da qui la pratica delle «cantarelle», su cui si facevano letteralmente sedere i corpi dei defunti, calati dall’alto per mezzo di un’apertura e lasciati ad essiccare dei loro liquidi.

Un vecchio cimitero, con tanto di “scolatoi” e tombe di famiglia, è quanto da anni è tenuto nascosto sotto il pavimento della chiesa Madre di Santa Maria delle Vergini, patrona della città di Scafati. Nel caso scafatese con buona probabilità venivano “scolati” i cadaveri dei canonici della chiesa, di proprietà del Comune di Scafati fino alle metà del 1800 circa. La parrocchia, attorno alla quale in piazza Vittorio Veneto è nato il primo nucleo urbano della città più popolosa dell’agro, ne ospita cinque, uno andato distrutto ed altri 4 perfettamente conservati. Sono situati esattamente sotto il presbiterio alle spalle dell’attuale altare maggiore, dove una volta vi era una delle quattro scale di accesso, ancora esistente nella cripta e murata nei decenni passati. Le tre navate della chiesa ospitano, tra le fondamenta, una serie di tombe a volta, con una botola centrale da cui venivano calati probabilmente i cadaveri, messi in posizione “seduta” tra le nicchie. Nonostante il buono stato degli scolatoi, che non hanno nulla da invidiare a quelli più noti dell’hinterland napoletano, sembra purtroppo impossibile renderli aperti al pubblico per essere visitati. Il parroco Don Giovanni De Riggi, già artefice della ristrutturazione del centro parrocchiale Don Bosco e restaurazione della statua lignea di Santa Maria delle Vergini, ha promosso una visita nell’ipogeo della chiesa, con l’intento di fare una stima dei lavori occorrenti per rendere la cripta accessibile ai fedeli. Purtroppo, essendo la cripta realizzata tra le fondamenta della chiesa che la sovrasta, i tecnici hanno dato parere negativo a qualsiasi tipo di scavo o lavori che potessero compromettere la stabilità dello storico luogo di culto, al centro della fede, tradizione e devozione degli scafatesi.

Adriano Falanga

IL PUTRIDARIUM O SCOLATOI

Tra le antiche pratiche di sepoltura, una molto diffusa a Napoli, vi era la cosiddetta «scolatura dei corpi» dal termine scolatoio; era un rituale alquanto macabro che permetteva l’essiccazione dei corpi senza comprometterne lo stato di conservazione. Gli scolatoi erano dei piccoli sedili (nicchie) scavati propriamente nel tufo e contenenti un vaso detto «cantaro» da qui la pratica delle «cantarelle», su cui si facevano letteralmente sedere i corpi dei defunti, calati dall’alto per mezzo di un’apertura e lasciati ad essiccare dei loro liquidi, raccolti dal cantaro che defluiva tramite un foro nella terra. A provvedere all’esecuzione di questo lavoro c’era una figura specializzata, ovvero lo «schiattamorto» (o’ schiattamuorto) l’addetto che bucava (schiattava) il corpo del defunto per agevolare il processo di colatura. Terminata questa fase, ne seguiva una più o meno lunga dove le salme venivano lasciate ad essiccare della loro carne, ridotte praticamente in mummie; successivamente ricavate le ossa, queste venivano sistemate in terresante o nelle tombe di famiglia, al fine di perpetuare devozionalmente il ricordo. Può sembrare una pratica raccapricciante, ma in molti la richiedevano: dai monaci, alti prelati e nobili, previ su cospicue donazioni e lasciti alla chiesa di appartenenza. Dall’operazione della «scolatura» è stata coniata l’imprecazione del tutto napoletana «puozza sculà!» una raccomandazione non del tutto beneaugurante (Fonte Grandenapoli.it).