Il racconto. Una scafatese: “da 30 anni al Cotugno, è una trincea”

"Non è vero che aggredisce solo gli anziani, abbiamo avuto anche giovani, in piena salute. La verità è che si conosce ancora poco di questo virus”

Marinella Acanfora
Marinella Acanfora

Il racconto. Una scafatese: “da 30 anni al Cotugno, è una trincea”.

“Siamo in trincea, questa è una guerra che si vince in gruppo”. Marinella Acanfora, 49 anni e scafatese doc, è la coordinatrice della Rianimazione e Terapia Intensiva dell’ospedale Cotugno, vero centro nevralgico della lotta al coronavirus del sud Italia e modello di efficienza nel mondo. Sono 29 anni che Marinella è in prima linea, a tu per tu con le malattie infettive.

“Oggi però è diverso, questo virus è subdolo, può aggredirti subito portandoti alla morte”. Veterana del settore, la Acanfora si dice orgogliosa del video girato da una tv inglese che elogia il Cotugno come unica struttura dove non si sono registrati ancora contagi tra gli operatori. Ma l’entusiasmo si smorza subito.

L’appello per i presidi.

“Se non sbloccano l’arrivo dei presidi avremo presto anche da noi personale contagiato. I rischi sono tanti, le ultime tute che ci hanno fornito sono di bassa qualità, e le mascherine fpp3 paragonabili a quelle chirurgiche. E’ una guerra quotidiana che porto avanti ogni giorno, per tutelare la sicurezza dei miei infermieri”. Se fino ad oggi lei i suoi colleghi sono rimasti incolumi, è grazie soprattutto alla lunga esperienza sul campo, ma anche alle “scorte” di presidi che erano state fatte in tempi non sospetti. “Ho fatto come le formichine, ho cominciato a conservare fin dai primi di gennaio, quando dalla Cina arrivavano le prime notizie sul virus – ricorda Marinella – in tanti mi ridevano dietro per la mia solerzia, ma avevo visto bene invece”. Nel video che ha fatto il giro del mondo si vedono tute e maschere ad alta tecnologia.

“Sono state comprate nel 2014, le avevamo conservate”. L’epidemia ha sconvolto la “vita” nel reparto. Qui arrivano i casi gravi, ed è un flusso continuo. “Abbiamo avuto i primi due pazienti Covid il 5 marzo, il giorno dopo eravamo già pieni, e lo siamo ancora oggi. Non è vero che aggredisce solo gli anziani, abbiamo avuto anche giovani, in piena salute. La verità è che si conosce ancora poco di questo virus”. Sono però due le tipologie di pazienti che in un mese di emergenza al Cotugno non sono ancora arrivati: “i bambini e gli extracomunitari – conferma la coordinatrice – non so il perché, ci sono studi in corso”. Una volta che il paziente arriva in reparto, sarà completamente nelle loro mani, e se non esce vivo non rivedrà più i familiari. “E’ molto triste, loro sono impotenti e incapaci di tutto. Una volta al giorno sono i medici a parlare telefonicamente con i familiari”.

Una lotta senza riposo.

Tempo per rilassarsi non ce n’è, il Covid è impegnativo e mai prevedibile. E’ una corsa frenetica, ogni giorno. “Dalle 7 che comincio, torno a casa di notte. I turni sono anche di 12-13 ore consecutive, compreso i festivi”.

I rapporti con i colleghi e i medici di lunga data sono “familiari – spiega ancora – è spirito di gruppo”. La tensione però è sempre alta: “Non riceviamo tute da 5 giorni e ci vengono fornite 30 mascherine al giorno, per un personale di 22 unità. Sapere di non poter cambiare mascherina è stressante”. Impossibile parlare di routine: “anche i nuovi medici sono costantemente tesi, nessuno conosceva prima questo virus, e nuove sono anche le terapie”.

Tra le principali complicazioni che portano alla morte: ischemie cerebrali, problemi renali o diabetici. Il virus oltre alla polmonite è capace di esasperare l’intero quadro clinico, ed in quel caso i nuovi protocolli sperimentali per la cura servono a ben poco. “Funzionano certo, ma non a tutti possono essere applicati”. Marinella però è ottimista, uno spiraglio lo intravede: “Non bisogna allentare le restrizioni. Basta un solo positivo asintomatico per riportarci in guerra”.

Con Marinella lavora anche il fratello Umberto ( con lei nella foto), che ha lasciato il posto da guardia giurata pochi mesi fa, per entrare come Oss nella struttura. “Era dal 2007 che stavo aspettando. Ho scelto io l’area critica, perché il paziente non può chiederti ciò di cui ha bisogno, è qui che servo”. Il rapporto con la sorella coordinatrice? “Veniamo assieme la mattina, ma riusciamo a scambiare due parole solo la sera al ritorno. Qui è una trincea” sottolinea Umberto.
Adriano Falanga