Ogni volta che muore un irregolare… A Diego Maradona

L'l'interezza del vissuto che partecipa del processo di creazione fino al momento "miracoloso" del salto dall'impossibile al farsi possibile

Ogni volta che muore un'”irregolare” cominciano le varie diatribe su ciò che di lui/lei è salvabile e idolatrabile e ciò che, invece, va deprecato o, in alternativa, nascosto sotto al tappeto, lasciato passare in sordina e poi dimenticato. È successo a suo tempo con Pasolini, e si sta verificando, in modo diverso ma affine, con Maradona.

Quasi come se la vita di una persona fosse divisibile, sezionabile in compartimenti. Ora, pur senza cedere alla tentazione di alimentare il mito del “maledetto” – che è un altro modo di muoversi all’interno della stessa dinamica di idolatrabile/condannabile -, mi viene da pensare che se è un giocatore non si è limitato a giocare a pallone ma è stato capace di “creare il calcio”, così come Maradona ha fatto, la sua capacità creativa ha attinto da tutto ciò che egli è stato e ha desiderato, sofferto e amato, subìto e agito, pensato e sbagliato, senza tralasciare proprio nulla di nulla.

E’, infatti, l’interezza del vissuto che partecipa del processo di creazione fino al momento “miracoloso” del salto dall’impossibile al farsi possibile. Se poi Napoli ha amato Maradona integralmente, non soltanto per gli enormi successi consegnati sul campo, ma anche per la sua personalità così scomoda e intermittente, ciò forse è dovuto alla lunga storia di subalternità ed emarginazione di questa città, storia che l’ha resa, anche suo malgrado, più avvezza e “attrezzata” per comprendere la complessità del reale, e per amare fino in fondo, senza dover a ogni costo giudicare e incasellare.

Sabrina Cardone Vitiello