Pompei. L’occasione perduta

“Peccato che con l’ultimo incontro del 23 aprile 2021 sì sia consumata l’ultima possibilità di salvare con l’oasi della Crapolla quel poco che resta dell’antico ager pompeianus”. L’ingegnere Gianni D’Amato, presidente del comitato Tecnico Scientifico dell’Altra Italia Ambiente sostiene che l’ingresso orientale della Pompei Antica è probabilmente quello più antico e il più “frequentato” all’epoca del suo maggiore splendore. “Avveniva attraverso la Porta di Sarno, conosciuta in antico come Porta Isiaca e formava, da est ad ovest, il decumano maggiore, dedicato alla dea dell’abbondanza all’origine di via omonima”. D’Amato sostiene che ad Est della Porta, sita sul rilievo del margine meridionale dell’orlo del cratere antico di “fossa di valle” si estendeva la Crapolla che arrivava fino alla riva destra del sistema di acque che Virgilio denominò “aequora” , formato dal piccolo Sarno, il grande Sarno e una serie di rii, alcuni con sorgenti proprie, altri provenienti dai bacini dei Piceni (solofrana e cavaiola). Il tutto confluiva nella laguna Pompei e Stabia e ad est arrivava ai margini dell’area nocerina nella zona della “scafatura” e il borgo di Sant’Antonio Abate sotto al Castello di Lettere. A sud la Crapolla confinava con la riva della laguna di via Acquasalsa che formava la sponda settentrionale della laguna interna tra Moregine e Scafati. L’origine del termine Crapolla é osca. Significa “qui c’à l’acqua”. “Pol”, da cui “polla” (a radice osca). Ka ra pol è il termine osco che denomina l’area sede di una civiltà di almeno 1000 anni più antica di quella romana dedita all’agricoltura e devota agli dei dell’acqua. Una civiltà ospitale e pacifica che aveva imparato a leggere nel cielo i segni del tempo. Per la Crapolla passava un “amnis”, fiume che Plinio chiamò “amnis Sarnus” a causa dell’origine più occidentale delle sorgenti sarnesi , quella di Santa Maria della Foce. L’Amnis, dopo diverse eruzioni, all’epoca della guerra gotica esisteva ancora, fu descritto da Procopio di Cesarea, che lo chiamò “Drakon”, perché scorreva su un letto profondo tra alte rive instabili di pomici e lapilli che spesso franavano. Il toponimo ‘o pizzo o bello” (il posto della battaglia) a valle dei “passanti” (il luogo del passaggio, del ponte). L’ amnis Sarnus passava nella valle di fronte alla Porta Isiaca e sicuramente il prolungamento di via dell’abbondanza che scavalcava il fiume con un ponte in pietra proseguendo per la Crapolla dove erano le Ville agricole più importanti dell’epoca tre le quali, forse, quella di Lucrezio. Nel 1905 si conoscevano a mala pena il perimetro delle Mura Antiche e non interessavano le civiltà preromane per cui autorizzare la Circumvesuviana a far passare i suoi binari a ridosso delle mura antiche non fu un problema. Oggigiorno, sostiene D’Amato, è inaccettabile perseverare nell’errore di 116 anni fa mantenendo il percorso ferrato a ridosso degli Scavi invece di cogliere l’occasione (col progetto Eav) per cancellare “l’errore” precedente allontanando l’infrastruttura ferroviaria dalle mura della Città Antica allo scopo di riscoprire il rapporto tra l’Antica Pompei e il suo Ager dal nome mitico di Ka Ra Pol. La soluzione non costerebbe espropri ed è realizzabile facilmente cogliendo l’occasione di completare un’ infrastruttura idraulica “sospesa” (canale Conte di Sarno) come viene spiegato nel rapporto della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla bonifica del fiume Sarno del senatore Cozzolino

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