Pompei. Omelia del Cardinale Marcello Semeraro prima della recita della Supplica

Pompei. Omelia del Cardinale Marcello Semeraro prima della recita della Supplica

Pompei. Omelia del Cardinale Marcello Semeraro prima della recita della Supplica.

Giungo qui a Pompei, con l’animo colmo di molti ricordi personali che si aprono nella lode riconoscente al Signore. Per questo ho accolto volentieri l’invito dell’arcivescovo Tommaso. Lo ringrazio di cuore e saluto l’arcivescovo Luigi, i presbiteri, consacrati e fedeli raccolti intorno all’altare. 1Celebrando in onore della Santa Madre di Dio è doveroso metterci come Lei in ascolto della parola del Signore. Abbiamo ascoltato il racconto antico, ma sempre nuovo dell’Annunciazione, che ci introduce in una scena di cui è difficile immaginarne una «più divina e nello stesso tempo più umana, una scena che più di questa dia l’idea di ciò che tanto spesso si verifica nella nostra vita». Perché non c’è nulla di più santo dell’opera di Dio che dalla terra vergine della Figlia di Sion fa spuntare l’Uomo nuovo e il germe, il seme di una nuova creazione; e non c’è nulla di più umano di quella giovane donna che si turba e che interroga, che domanda e vuol sapere come.

Sempre mi torna alla memoria una riflessione di san J. H. Newman, un grande convertito, su questa scena evangelica. Scriveva per noi: «Santa Maria è per noi modello di fede, sia quanto all’accoglierla sia quanto a studiarla. Non le basta accettarla, ma ci riflette sopra; non le basta possederla, ma vuole usarla, metterla in pratica questa fede; non le basta assentirvi, ma la sviluppa; non le basta sottomettere la ragione, ma ragiona sulla propria fede. Non è che prima ragioni e poi creda, come Zaccaria; al contrario, lei prima crede senza ragionare e subito dopo, con rispettoso amore ragiona su ciò che crede. Ed è così che per noi è modello non soltanto per gli incolti, ma pure per quello che nella Chiesa sono maestri …»
Maria sta davanti a Dio con tutta la sua umanità: fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto di quel genere. San Luca riferisce pure l’incoraggiamento dell’angelo, che le disse: Non temere. Il timore di Maria è quello di chi si trova davanti ad una svolta fondamentale della sua vita – chi di noi a simili emergenze non ha avuto paura – e il non temere dell’Angelo è una chiamata a non lasciarsi bloccare, ma piuttosto affascinare dal nuovo che Dio le sta aprendo. Noi, però, abbiamo paure anche per tante altre cose e non è per caso che l’esortazione divina: non abbiate paura ricorre decine e decine di volte nella Bibbia e per le situazioni più varie. Sicché non mancano le domande anche per noi: di cosa ho paura? Perché ho paura? Come reagisco alle mie paure?

Ai timori di Maria l’angelo risponde: Hai trovato grazia presso Dio. Ai nostri timori Dio dà sempre questa risposte. Ne fa simile Papa Francesco: «Oggi, nel dramma della pandemia, di fronte a tante certezze che si sgretolano, di fronte a tante aspettative tradite, nel senso di abbandono che ci stringe il cuore, Gesù dice a ciascuno: “Coraggio: apri il cuore al mio amore. Sentirai la consolazione di Dio, che ti sostiene”» (Omelia nella Domenica delle Palme, 5 aprile 2020). Ascoltiamola questa parola del Papa.

Maria è chiamata ancora alla sua responsabilità quando, come abbiamo ascoltato, terminato il dialogo, l’angelo si allontanò da lei. Questa partenza improvvisa, senza convenevoli né saluti di cortesia, ci lascia perplessi. A Maria Dio fa un dono, il dono di un figlio, ma non le lascia il libretto delle istruzioni, un manuale su come si crescono i figli! L’angelo vola verso il cielo e lei rimane sulla terra, sola col mistero della sua maternità. Che fare? A chi dirlo? Come dirlo a Giuseppe? Come faccio a farlo capire in famiglia? Sì, per noi oggi è facile, dopo duemila anni di cristianesimo, dire: dovrà vivere di fede… Ma come? Il come, in questo caso, è sempre lasciato a noi, alla nostra libertà e perfino alla nostra creatività. Non è come avere la carta copiativa. Vivere di fede non vuol dire avere la ricetta per tutti i problemi, ma cercare ogni volta una risposta personale, considerando gli stili di Dio e cogliendo le interpellanze della storia, la storia grande e le nostre piccole storie.

Questo, in ultima analisi, è la santità ed è per questo che ogni santo ce ne mostra un volto diverso. Un buon esempio ci viene proprio da Maria la quale, come annotava un padre della Chiesa, san Beda, mentre l’angelo se ne tornava in cielo, cercò una strada attraverso le montagne. E questo padre della Chiesa conclude che, quando si ascolta la parola di Dio, la prima cosa da fare è scalare le vette dell’amore. Tutto, dunque, alla fine si risolve nella carità.

Così è stato anche per il beato Bartolo Longo. Mi è caro non solo perché sono pugliese d’origine, ma perché sono stato vescovo nella chiesa in cui è nato. Quand’egli cercava ormai la sua strada tra le vie del Signore, gli fu aperta la strada della Carità attraverso l’incontro col p. Ludovico da Casoria, oggi santo. Si indirizzò, incoraggiato da lui, alla via che conduceva allo storico Ospedale degli Incurabili, sorto a Napoli alla metà del Cinquecento ad opera della venerabile Maria Lorenza Longo, della quale il 27 ottobre scorso papa Francesco ha approvato il decreto che apre la via alla beatificazione.

Fu proprio questo ospedale la «palestra di carità» del beato Bartolo Longo. Scriverà: «Il mio caro maestro nella carità, Ven. P. Ludovico da Casoria, mi istruiva: “Quando vuoi convertire una persona, e indurla a Dio, non dirle mai a prima giunta: – Ti vuoi confessare? – Ma invece le farai prima vedere la carità in atto. Dalle del pane, del danaro pei suoi bisogni, comprale medicine se inferma, rifà anche il suo letto…» . Questa lezione Bartolo Longo l’imparò e la mise subito in pratica sicché, dagli ultimi mesi del 1868 al 1870, frequentò praticamente ogni giorno quell’ospedale.

Entratovi, poi, per fare del bene al prossimo, proprio lì trovò per sé stesso altri maestri di carità e da lì avviò l’opera della Nuova Pompei. La prima guida spirituale la trovò nella persona di un povero, dolorosamente segnato da una malattia deformante: il Servo di Dio Francesco Majone. Dicono i biografi che avevano costruito per lui un letto con dei buchi, per accogliere le sue gobbe. Accanto al suo letto la situazione si capovolgeva e lo stesso Bartolo Longo diceva che gli bastava contemplare la sua serenità, amabile e semplice, per avere un grande insegnamento. Un altro maestro di carità lo trovò nel Servo di Dio Luigi Avellino, anch’egli ricoverato agli incurabili perché divenuto paralitico e col quale recitava la Novena alla Madonna di Pompei. Scriverà lo stesso Bartolo Longo: «Ma quale dolcezza mi faceva provare il Signore nelle visite che io facevo quasi ogni sera, a due altri Servi suoi, che erano infermi cronici, degenti nel grande Ospedale degl’Incurabili». È nei misteri di Dio che i santi s’incontrino per aprire sempre inedite vie di carità. Ieri l’arcivescovo mi ha mostrato le statue dei santi all’ingresso della Basilica. Anti che si sono incontrati tra loro. Tra i santi che Bartolo Longo incontrò, c’è anche con don Giustino Russolillo, di cui il Papa appena lunedì scorso ha annunciato la canonizzazione. Queste vie di carità il nostro Beato le percorse fino a divenire egli stesso santo di carità. La carità: il miracolo di Bartolo Longo.

Ed ecco, carissimi, una strada aperta anche per noi, oggi, mentre ci domandiamo: come e da dove riprendere, dopo questa dolorosissima fase della pandemia? Se lo domandano anche i vescovi nelle loro conferenze episcopali. Io penso che dovremo ricominciare dalla stessa carità da cui partì il beato Bartolo Longo. È la carità la via nuova da cui ripartire, perché la medesima carità verso il prossimo ha, nella nostra vita di cristiani, una duplice dimensione: quella che traduce la fede (cf. Gal 5,6; Gc 2,18-19.25) e che diventa soccorso, aiuto, opera di misericordia; c’è, poi, la carità che, testimoniata da noi di fronte al mondo, è in grado di introdurre alla fede. In uno dei più bei documenti pastorali dell’episcopato italiano leggiamo: «le multiformi testimonianze di solidarietà, servizio e condivisione con i più deboli espresse dalle comunità cristiane, proprio nella loro gratuità e apertura disinteressata, si mostrano oggi come vie privilegiate per un’evangelizzazione che interpelli anche chi è lontano e possa liberamente aggregare coloro che, senza esserne pienamente consapevoli, con le loro scelte di vita sono orientati a dire “si” al Dio di Gesù Cristo».

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