Pompeii. In un libro il racconto della depredazione di massa degli Scavi

Pompei. Osanna ha redatto a quattro mani, con l'archeologa Luana Toniolo il libro che ripercorre la storia degli scavi, avviati nel 2017

Massimo Osanna il libro
Massimo Osanna il libro

Pompeii. In un libro il racconto della depredazione di massa degli Scavi

“Si è trattato di una depredazione di massa” Va giù duro l’archeologo Massimo Osanna, direttore generale dei musei pubblici italiani dopo aver guidato il Parco Archeologico pompeiano negli anni dei lavori pubblici (e delle scoperte) del Grande Progetto Pompei. Dai marmi preziosi alle statue di bronzo fino ai gioielli e gli oggetti di valore. E’ opinione condivisa che, a Pompei, partì immediatamente dopo l’eruzione del 79 d.C. la spoliazione sistematica del tesoro immenso d’’Arte e cultura accumulato per duemila anni nel centro vesuviano creato sulla collina di Civita da popolazioni locali di Origine Osca. I pochissimi sopravvissuti furono i primi a portare via qualcosa da mettere in salvo. Seguirono immediatamente gli emissari di Roma (i curatores) inviati da Tito col compito di recuperare qualsiasi cosa potesse tornare utile alla comunità. Così, probabilmente, il foro di Pompei fu privato della pietra che lo ricopriva. Seguirono, dal 1748, gli scempi degli scavi borbonici superati dalle razzie selvagge e il sistematico saccheggio clandestino che ha privato Pompei dagli anni ’70 del Novecento fino alla metà degli anni 2000.

Queste considerazioni sono alla base della consapevolezza successiva di salvare e tutelare “Il mondo nascosto di Pompei” alla base del racconto delle scoperte più recenti, frutto di un piano di salvaguardia condiviso con la Procura della Repubblica di Torre Annunziata, con la collaborazione dei carabinieri, allo scopo di salvaguardare dall’azione vandalica dei tombaroli la grande villa suburbana di Civita Giuliana. Osanna ha redatto a quattro mani, con l’archeologa Luana Toniolo il libro che ripercorre la storia degli scavi, avviati nel 2017 proprio dalla cantina della casa di due spregiudicatici tombaroli, i fratelli Giuseppe e Raffaele Izzo, che avevano allestito un attrezzatissimo cantiere sotterraneo e scavato un tunnel alla ricerca di tesori sepolti in una delle più belle ville d’Otium dell’ultima Pompei, dotata di ambienti affrescati e favolose terrazze che arrivavano fino al mare. Parzialmente scavata nei primi anni del Novecento, questa dimora – forse appartenuta alla famiglia senatoria dei Mummi – è stata privata degli affreschi in Terzo Stile e oggetti nel primo scavo: in parte venduti e dispersi, altri distrutti dalle bombe nel 1943.

“Quando abbiamo cominciato sapevamo che non c’era tempo da perdere”, racconta oggi Osanna, che d’Accordo con la procura oplontina ha dovuto velocizzare le operazioni di recupero per trarre dai cunicoli i preziosi reperti prima che finissero nelle mani dei ricettatori. La storia recente racconta che il “cantiere della legalità”, finanziato con 1 milione di euro l’anno, ha portato al ritrovamento, all’entrata del criptoportico, di due fuggiaschi “riemersi” grazie alla tecnica dei calchi, il carro nuziale (unico nel suo genere) con le decorazioni in bronzo e argento, i cavalli di gran razza nella stalla, lo struggente stanzino degli schiavi con uno spaccato di vita sulla popolazione più umile dell’Ager Pompeianus. “L’obiettivo finale ha spiegato l’attuale direttore del Parco, Gabriel Zuchtriegel, è di riportare alla luce l’intero complesso e di renderlo visitabile. Conclusione: la Villa di Civita Giuliana diventerà il simbolo della lotta dello Stato contro la piaga dello scavo clandestino e il commercio ollegale di reperti di archeologia pompeiana”.

Mario Cardone