Pompei. Concorso fotografico del Forum dei Giovani
Un’iniziativa del Forum dei giovani di Pompei insieme al consigliere comunale Salvatore Caccuri (che ne è stato presidente) ha emesso il bando per un concorso fotografico dei monumenti pompeiani (con esclusione di Scavi e Santuario) con relativa mostra fotografica per il maggio dei monumenti. difatti le opere saranno esposte il 28 e 29 maggio nell’atrio di Palazzo de Fusco (che tra l’altro per la sua storia è forse il “monumento laico” più rappresentativo della Pompei Moderna). L’iniziativa è interessante perché può servire a diffondere una migliore cultura civica dei pompeiano nel salvaguardare strutture abbandonate nel più profondo degrado mentre invece rappresentano una testimonianza concreta e durevole di una presenza civile sul territorio grazie all’iniziativa delle passate nerazioni. Partendo da questa considerazione ci si rende conto che Pompei Moderna, anche se di storia recente, possiede numerosi monumenti che non sono stati valorizzati semplicemente perché non viene praticata la cultura della loro conoscenza che dovrebbe essere spiegata ai bambini nelle scuole pubbliche e coltivata successivamente. Come è stato fatto l’esempio di Casale Piscitelli (sede della biblioteca comunale) così le presenza di strutture abitative rurali della civiltà contadina che ha preceduto l’intervento di Bartolo Longo sono degne di considerazione, Chi conosce il territorio sa di aziende che praticano forme di turismo moderno legate alla tradizione nella valorizzazione di quelle presenze, valorizzandole per visite esperienziali e all’accoglienza per eventi pubblici e privati. Allo stesso tempo ci sono monumenti pubblici esemplari che, abbandonati nel lento degrado e nel disinteresse più completo delle comunità residenti e della classe dirigente locale non vengono neanche riconosciuti come tali e quindi ignorati.
Esempio
Facciamo un esempio per tutti, e scusate se ci autocitiamo riportando un nostro articolo del 30 aprile 2013: “Nessuno ha visto niente. Non c’è tra i residenti di Ponte Nuovo qualcuno che sia stato presente all’incidente stradale che ha causato il crollo di una parete del ponte che dà il nome alla frazione ovest di Pompei lungo il corso del fiume Sarno. Un automezzo nella manovra di retromarcia, ha danneggiato l’antico ponte borbonico. Nel corso della manovra per immettersi sulla carreggiata, ha fatto franare un muro del ponte che è un pezzo di storia locale e un monumento alla perizia degli ingegneri borbonici. La verità è che troppo spesso si spende il denaro pubblico in opere discutibili, abbandonando nel degrado autentici pezzi di storia come il ponte che abbiamo citato. E’ il segno dell’inciviltà che avanza inesorabilmente, ogni volta che il territorio perde la memoria della sua storia umana, ambientale e paesaggistica. O Ponte dé figliòle attraversa il fiume Sarno al termine di via Ponte della Persica, in prossimità dell’incrocio con via Ripuaria. L’antica struttura borbonica, a travate in ferro e tavolato in legno, all’origine presentava alle quattro estremità Sirene a torso nudo (una coppia per testata). Quel ponte è testimonianza di due avvenimenti prodigiosi per l’epoca: la bonifica del fiume Sarno e la costruzione della ferrovia tra Napoli e Castellammare di Stabia. Durante la guerra di Liberazione, il ponte è stato fatto saltare dai tedeschi in ritirata, ma dopo poco tempo è ritornato al suo splendore, con il ripristino della tipica struttura in mattone e pietrarsa dai colori di fuoco acceso e di fuoco spento. Nel frattempo, però, le figliòle sono sparite. Nessuno, dopo i lavori di ricostruzione, si è curato di restituire al ponte le ancelle fluviali. La descrizione delle quattro sirenette del ponte borbonico è parte di una pagina di alta prosa del libro Passeggiate Campane di Amedeo Maiuri.
La testimonianza
«Con il torso nudo eretto – scrisse l’archeologo – poggiavano bellamente il corpo terminante a coda sul poggiolo del ponte; ma avevano il volto gentile e sereno di giovanette costumate, sicché quella procace nudità e quel corpo a pesce non toglievano grazia all’onesto comportamento delle quattro donzelle». Lo stesso Maiuri ha poi descritto come meglio non si può la struttura del ponte: «E una sintesi eccezionale tra tecnica ardita (per quei tempi, ndr) e tradizione classica». Era ornato dalle quattro sirene che richiamavano il mondo pagano (le Sfingi, mentre il corso del Sarno veniva fantasticamente avvicinato a quello del Nilo). Le Sirene furono realizzate con profili di giovani campagnole che suscitarono sentimenti di vicinanza da parte delle donne del posto, che presero a considerarle parte di loro. Le quattro statue furono realizzate in ghisa. Non si trattava di opere d’arte ma, come la sirena Partenope a Napoli, esse sono diventate nel tempo il segno di una tradizione che parte dall’acqua. La moda del Classico negli anni di costruzione del ponte (XIX secolo) riviene dagli scavi di Pompei, quando fu riscoperto un tripodo con Sfingi. Quelle figure ispirarono gli artigiani locali (bronzisti, stuccatori, intagliatori e scalpellini) che cominciarono a creare Sfingi e Sirene. Al tempo in cui scriveva Maiuri, il paesaggio rurale intorno al ponte era ancora quello degli orti decantati da Catone e Columella.
Filari infiniti di cavoli e la brássica pompeiana. Poco più distante, gli Orti di Schito, «il miglior dono fatto dal Vesuvio nell’eruzione che seppellì Pompei, Stabia ed Ercolano». Tornando al ponte pompeiano sul Sarno, rattrista il pensiero che le quattro Sirene, diventate per la gente locale «figliòle da marito», siano definitivamente scomparse ed allontanate dalla memoria collettiva. E rimasto solo il nome. Il ponte è ancora detto delle figliòle. A oltre sessant’anni dalla fine della guerra, nessuno ha più pensato a rinverdire il passato. La cosa peggiore è che, attualmente, dopo le Sirene, stanno sparendo, uno a uno, i grossi blocchi di pietra lavica che delineavano il bordo superiore delle sue splendide pareti di mattone rosso”. Detto questo sono passati 9 anni da quell’articolo e quel monumento dell’ingegneria borbonica ha peggiorato il suo degrado senza che qualcuno abbia provveduto al suo restauro. Ora possiamo sperare che qualcuno cominci a fotografarlo e in futuro (forse) di dare un finale positivo al nostro racconto.






















