Cocaina occultata nei chicchi di caffè o nelle cialde. Era questo il nuovo stratagemma ideato dal clan Fezza-De Vivo per far giungere in Italia ingenti quantità di droga, da immettere poi sul mercato dell’Agro nocerino e non solo.

Secondo l’inchiesta della Dda, si tratta di un salto di qualità nella gestione del narcotraffico da parte del gruppo della Lamia, documentato grazie all’analisi dei telefoni criptati e confluito in una nuova ordinanza con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti.

Dai contatti oltre oceano ai chimici

Non solo tangenti ai capi piazza, come già emerso dalle dichiarazioni del pentito Rosario Giugliano nella prima inchiesta del 2022. Dalle intercettazioni risulta che, già nell’ottobre 2020, Giuseppe De Vivo e Giuseppe D’Auria discutevano di nuovi canali internazionali di approvvigionamento.

Per la cocaina, il clan riuscì ad agganciare anche un referente di una cosca calabrese, pronto a vendere a 7.500 euro al chilo. La droga, occultata in caffè e cialde, sarebbe stata poi “liberata” e resa pronta all’uso grazie all’intervento di un chimico fornito dallo stesso intermediario. Per rendere operativo il sistema, il gruppo progettava di acquisire una ditta di caffè che fungesse da copertura, come riportato da “Il Mattino“.

Le operazioni documentate

Tra il 2020 e il 2021 le attività del clan sono state più volte intercettate. In Spagna, la Guardia Civil arrestò Francesco Pecoraro con 58 chili di marijuana, seguendolo in borghese. In Italia, De Vivo e Francesco Fezza commentavano l’episodio, sottolineando come i propri interessi economici fossero rimasti al sicuro.

D’Auria, intanto, vantava due contatti privilegiati per l’importazione di marijuana dal Sud America, mentre per l’hashish il gruppo disponeva di almeno 40 chili da piazzare.

Affari tra Germania, Francia e Panama

Le indagini evidenziano una rete che andava ben oltre Pagani. A novembre 2020 De Vivo fu sorpreso con un emissario calabrese per l’acquisto di 100 chili di hashish, al prezzo di 3,8/4 euro al chilo, con pagamento previsto a Panama tramite un intermediario cinese.

In Germania, intanto, si valutava la qualità di nuove partite di “polline” a 3 euro al chilo. La collaborazione con l’autorità francese, che ha decriptato i telefoni, ha permesso di documentare ulteriori passaggi delle trattative.

Il mercato e i guadagni

Il clan non limitava i propri affari alla provincia di Salerno. A Casal di Principe, nel casertano, era pronto a vendere 6 chili di hashish per 45mila euro, con trasporti organizzati e staffette incaricate di segnalare eventuali controlli.

In un solo mese, il 17 novembre 2020, riuscì a piazzare 100 chili di droga, generando l’invidia di altri gruppi criminali.

Il secondo gruppo

L’inchiesta ha inoltre fatto emergere un’altra cellula, guidata da Antonio D’Auria Petrosino, attiva nella vendita di stupefacenti insieme a Giosuè e Francesco Desiderio, Francesco Garofalo, Marco Maiorino e Luigi Manzo.

Gli interrogatori, iniziati due giorni fa, proseguiranno lunedì.

Redazione

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