“La Bellezza che Cura”: al via il progetto in Ematologia al Ruggi di Salerno

È questo lo spirito de “La Bellezza che Cura”, il progetto avviato nel reparto di Ematologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Ruggi d’Aragona” di Salerno e rivolto ai pazienti sottoposti a chemioterapia, trapianto di midollo e terapie avanzate come le CAR-T.

Un gesto di normalità, un momento di respiro dentro percorsi terapeutici complessi. È questo lo spirito de “La Bellezza che Cura”, il progetto avviato nel reparto di Ematologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Ruggi d’Aragona” di Salerno e rivolto ai pazienti sottoposti a chemioterapia, trapianto di midollo e terapie avanzate come le CAR-T.

A garantire i trattamenti sono Francesca e Noemi, estetiste appositamente formate sulle esigenze dei pazienti ematologici. Offrono brevi sessioni di benessere – skin care, massaggi facciali rilassanti, manicure senza strumenti taglienti, massaggi alle mani – utilizzando esclusivamente prodotti naturali e delicati, adatti a pelli rese più sensibili dagli effetti delle terapie.

L’iniziativa nasce dalla collaborazione con l’Associazione Arcobaleno Marco Iagulli Onlus, guidata dalla presidente Tiziana Iervolino, da anni presente nel reparto e nel Day Hospital. Il progetto è stato integrato nella routine clinica grazie al sostegno della direzione aziendale e alla nuova visione assistenziale del direttore generale Ciro Verdoliva, orientata a una cura che tenga conto anche del benessere emotivo della persona.

«Vogliamo restituire ai pazienti un gesto di normalità e di attenzione verso sé stessi – ha spiegato il professor Carmine Selleri, direttore della Clinica Ematologica e del Centro Trapianti Midollo e CAR-T –. In percorsi così impegnativi, anche pochi minuti di benessere aiutano ad affrontare la giornata con maggiore fiducia».

Per chi trascorre settimane di ricovero, questi trattamenti non rappresentano un semplice vezzo, ma un sollievo emotivo, uno spazio dedicato a sé. «È un segnale di cura che riconosce la forza dei nostri pazienti e il loro bisogno di sentirsi accompagnati – sottolineano dal reparto –. Non cambia la malattia, ma può migliorare il modo di viverla».

Redazione

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