Napoli, maxi operazione dei Carabinieri e DDA: nuovo duro colpo al clan Licciardi

All’alba scatta l’azione coordinata tra Procura Antimafia e Carabinieri: 21 indagati coinvolti, contestate associazione mafiosa, estorsioni ed evasione. Il gruppo era inserito nell’alleanza di Secondigliano.

Una vasta operazione antimafia ha colpito ancora una volta il clan Licciardi, storico gruppo dell’Alleanza di Secondigliano.

All’alba, i Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli hanno eseguito una serie di misure cautelari disposte dal GIP del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia partenopea.

Il provvedimento riguarda 21 indagati: per 19 di loro è stata disposta la custodia cautelare in carcere – cinque erano già detenuti – mentre per altri due sono stati stabiliti gli arresti domiciliari.

Gli indagati sono ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di:

  • associazione di tipo mafioso,

  • estorsioni,

  • accesso indebito a dispositivi di comunicazione elettronica da parte di detenuti,

  • ricettazione,

  • evasione,

tutti reati aggravati dal metodo mafioso e dalle finalità criminali del clan.

L’operazione rappresenta un ulteriore tassello nella strategia investigativa volta a disarticolare le attività del sodalizio, considerato uno dei più radicati nell’area nord di Napoli.

Dalla conferenza stampa convocata in Procura emerge un quadro ancora più esteso del potere esercitato dal clan Licciardi: non solo pizzo alle attività economiche tradizionali, ma estorsioni anche sulle frodi informatiche e un controllo capillare sull’assegnazione e la gestione degli alloggi popolari.

Un’influenza criminale così radicata da permettere ai vertici del clan — sebbene già detenuti — di comunicare liberamente con gli affiliati grazie a telefoni cellulari introdotti clandestinamente in carcere.

Le indagini, condotte dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Napoli e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia (procuratore Nicola Gratteri, procuratore aggiunto Sergio Amato), hanno fatto emergere anche un ulteriore elemento di criticità: alcuni imprenditori, anziché denunciare, avrebbero chiesto proprio alla camorra aiuto per recuperare crediti.

«La gestione delle case popolari è una delle leve di potere tipiche delle mafie» ha spiegato Gratteri. «Controllare chi entra e chi resta in quegli alloggi garantisce introiti, ma soprattutto consenso elettorale. Il controllo del territorio viene prima del profitto: è la base per costruire pacchetti di voti e consolidare il dominio criminale».

Uno dei casi citati dal procuratore aggiunto Amato riguarda un appartamento nella zona Piscinola-Marianella, dove a una famiglia sarebbe stata imposta una tangente per poter mantenere l’alloggio.

Dopo l’arresto della storica boss M. L., detta ’a piccerella, la guida del gruppo sarebbe passata al reggente P. A., oggi tra i destinatari della misura cautelare.

Le indagini confermano inoltre una “pace armata” tra i clan nei diversi quartieri, inclusi i Mazzarella, e rapporti solidi con storiche organizzazioni come i Russo dell’area nolana, come sottolineato dal comandante provinciale dei Carabinieri, Biagio Storniolo.

Il tenente colonnello Antonio Bagarolo ha messo in luce un ulteriore fronte di estorsione: «Il clan taglieggiava anche le attività criminali.

Alcuni truffatori informatici, autori di phishing e frodi online, versavano una quota ai Licciardi tramite la cellula operativa di Bagnoli».

Tra gli indagati figura anche A. G., figura di spicco della camorra dei quartieri occidentali, sorpreso mentre utilizzava telefoni cellulari all’interno del carcere. «L’uso illecito di smartphone in cella è una piaga costante nelle investigazioni» ha concluso Bagarolo.

Redazione

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