Si tornerà in aula nel prossimo mese di ottobre per il giudizio d’appello relativo all’inchiesta sul presunto “neo clan” attivo tra Scafati e l’area nord della provincia di Napoli. Sono 23 le posizioni che hanno impugnato la sentenza di primo grado, che aveva portato a condanne complessive per oltre 200 anni di carcere.
Al centro dell’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia un’associazione di tipo mafioso ritenuta operativa tra Scafati, Pompei e l’hinterland napoletano, con interessi legati a estorsioni, traffico di droga, detenzione di armi, autoriciclaggio e aggressioni.
Secondo l’accusa, il gruppo criminale sarebbe stato composto in gran parte da soggetti legati da vincoli familiari, tanto da autodefinirsi una vera e propria “famiglia”. Al vertice dell’organizzazione gli inquirenti collocano un pregiudicato di Boscoreale, già condannato nel 2007 come promotore di un’associazione mafiosa.
Le indagini avevano ricostruito un presunto sistema criminale capace di gestire piazze di spaccio tra Scafati e comuni limitrofi, imponendo il proprio controllo sul territorio anche attraverso intimidazioni e disponibilità di armi da fuoco, che secondo gli investigatori sarebbero state reperite tramite un soggetto di Torre Annunziata indicato con le iniziali D.T.
Gli investigatori ritengono che il gruppo abbia rafforzato la propria presenza dopo il vuoto di potere creatosi in seguito agli arresti eseguiti nel 2021 nei confronti di esponenti di un altro sodalizio criminale operante nella stessa area.
Tra gli episodi contestati figurano anche dieci estorsioni, inclusa una presunta “stesa” armata compiuta nell’area del porto turistico di Marina di Stabia, dove alcuni soggetti avrebbero esploso colpi d’arma da fuoco arrivando in moto di grossa cilindrata.
Il processo d’appello dovrà ora riesaminare le singole posizioni degli imputati e le condanne emesse in primo grado.





















