Angri. A 50 anni dalla morte il ricordo di don Enrico Smaldone è ancora vivo

Ci sono persone che vale la pena conoscere, anche dopo tanti anni dalla morte. Ci parlano le loro opere. Stabiliscono un rapporto diretto con la nostra coscienza. Man mano che ne approfondiamo la conoscenza ci sembra di penetrare in un mondo che abbiamo sempre desiderato, cercato, sognato.

A cinquant’anni dalla morte il ricordo di don Enrico Smaldone è ancora vivo in chi l’ha conosciuto e anche in coloro che hanno solo sentito parlare di quest’umile prete, un uomo dal cuore grande e che, negli anni del secondo dopoguerra, ha detto sì a Dio mettendosi al Suo servizio, togliendo dalla strada numerosi bambini, e consumandosi fino alla fine sull’esempio di Cristo al quale ha consegnato tutto se stesso.

Davanti all’edificio che fu la sua “Città dei Ragazzi” si rimane affascinati, e se oggi ci si lascia per un attimo andare al silenzio, isolandosi dai rumori della trafficata strada sulla quale l’immensa opera di don Enrico si affaccia, da quelle mura pare di ascoltare ancora gli schiamazzi, le grida di gioia dei bambini che si mischiano alle prediche e ai discorsi del prete educatore. E davanti agli occhi corrono tanti ragazzi, desiderosi di libertà, riscatto e amore.

Poi appare lui, don Enrico, “che – come scrive Maria Rossi nel romanzo Lumascuro – portava la tonaca lunga nelle feste comandante e una tuta da muratore nei giorni settimanali”. Sì, perché il suo sogno era costruire una casa per restituire la dignità ai tanti giovani del dopoguerra. E il Signore fu dalla sua parte. La Città dei Ragazzi germogliata nella mente di don Enrico, desiderata nel suo amore per i poveri, non seguì mai i canoni del classico collegio. Don Enrico girò l’altare verso i suoi “figli”, verso gli ultimi; egli amava responsabilizzare i suoi giovani, li invogliava a cooperare, li ascoltava, nutriva il loro cuore e la loro mente. I ragazzi trascorrevano nella “Città” le giornate tra lavoro, studio, preghiera e attività ricreative. La gioia più grande per il sacerdote era sempre quella «di seminare nel cuore dei ragazzi la bellezza del volto di Dio».

Il progetto strutturale della “Città dei ragazzi” con otto edifici, don Enrico non riuscì mai a completarlo perché morì prematuramente il 29 gennaio 1967. Nel cinquantesimo anniversario della sua morte Angri ha ricordato don Enrico con un triduo.

Luigi Novi