Supplica alla Madonna di Pompei, il Cardinale Montenegro: “Farsi carico del dolore degli ultimi”

La ferialità del lunedì non impedisce ai fedeli di raggiungere, a migliaia, la Basilica del Santuario, sul cui sagrato il Card. Francesco Montenegro, Arcivescovo di Agrigento e Presidente della Caritas Italiana, ha presieduto la Santa Messa e ha guidato la recita della Supplica alla Beata Vergine del Santo Rosario, a mezzogiorno in punto. Ieri mattina, durante il Regina Coeli domenicale, anche Papa Francesco ha ricordato l’appuntamento con la Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei ed ha esortato i fedeli, in questo mese di maggio, a pregare il Rosario, in particolare per la pace. La funzione religiosa è stata concelebrata dall’Arcivescovo di Pompei, Mons. Tommaso Caputo; dall’Arcivescovo metropolita di Benevento, Mons. Felice Accrocca; dal Vescovo di Ischia, Mons. Pietro Lagnese; dall’Abate dell’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni, Padre Michele Petruzzelli; dall’Arcivescovo emerito di Aversa, Mons. Mario Milano; dal Vescovo emerito di Nocera Inferiore-Sarno, Mons. Gioacchino Illiano.

Nell’omelia, il Card. Montenegro, rispondendo alla domanda che gli uomini di Israele fecero a San Pietro: «Che cosa dobbiamo fare?», ha affermato che è essenziale prendersi cura di tutti i prossimi, nessuno escluso, «amare sino a dare tutto noi stessi per i fratelli». «La fede è dono di Dio – ha aggiunto il Porporato – e il modo migliore per viverla è farci dono ai fratelli, soprattutto ai più poveri, ai più disagiati, agli ultimi. Una fede che guardi solo il cielo, dimenticandosi della terra, è una fede morta; la fede c’è quando c’è la carità. Anzi la carità è il termometro della fede».

La fede non può che essere concreta, lontana dalle mere dichiarazioni di un amore falso e generico. Occorrono fatti e verità, che si rendono evidenti nelle azioni. «Oggi, purtroppo, assistiamo – ha continuato il Presidente della Caritas – a una certa “filosofia della carità”, piena di tanti “ma” e “se”. Non raramente capita infatti di voler essere noi a scegliere i poveri che ci piacciono, escludendo senza alcun imbarazzo tutti gli altri, dimenticando che in tutti, ma in tutti, quindi anche negli immigrati, Lui c’è. Riusciamo a pregare con fervore il Signore Gesù e nello stesso tempo, senza sentirci in colpa, a cacciarLo, per esempio, perché è immigrato, con la motivazione che ogni straniero – per noi Gesù – è un terrorista, un poco di buono o qualcuno da cui guardarsi». I cristiani devono mettere in pratica l’imitazione di Cristo. «La carità vera – dice ancora il Cardinale – ce la insegna Gesù, che nell’Ultima Cena, indossa il grembiule, lava i piedi ma si toglie il grembiule perché lo consegna ai cristiani di ogni tempo affinché continuino il Suo gesto. La negazione della carità è rinnegamento della fede (…). Se chiudiamo il cuore a chi è povero possiamo partecipare indenni all’Eucarestia? Senza la carità rischiamo di far diventare la partecipazione ai sacramenti una pura formalità senza vita». E, nella società delle sperequazioni sociali, delle distanze enormi tra i ricchi e i poveri, incontriamo il bisogno ovunque. «Non è raro – considera ancora Montenegro – incrociare persone che non hanno nulla con cui vivere e che sono costrette a rovistare nei cassonetti della spazzatura pur di trovare qualcosa. Intanto in Italia si butta nelle pattumiere cibo per 8,7 miliardi di euro. È vero che non possiamo risolvere i problemi di tutti ma è anche vero che non possiamo rimanere inerti e indifferenti davanti al grido di dolore e di sofferenza dei nostri fratelli». L’Arcivescovo di Agrigento ha concluso l’omelia con una preghiera dedicata alla Vergine e composta da Papa Francesco. Senza l’intercessione di Maria, l’uomo potrebbe fare poco o nulla. Lo si vede ogni giorno a Pompei, dove la fede si fa carità operosa. Nel saluto iniziale, l’Arcivescovo di Pompei, Mons. Tommaso Caputo, ha ricordato l’impegno del Santuario per gli ultimi, coloro che ogni giorno affrontano il disagio in ogni forma possibile. È un impegno che accomuna Pompei a Lampedusa, isola di frontiera, che rientra nel territorio della diocesi di Agrigento, dove sbarcano le carrette del mare stipate di uomini, donne e bambini soccorsi con premura immediata dalla Chiesa guidata dal Card. Montenegro. «Gli sguardi smarriti di chi fugge da guerre e povertà, che Lei incrocia spesso a Lampedusa – ha detto il Prelato della città mariana – somigliano agli sguardi carichi di dolore delle sorelle e dei fratelli ospitati nelle nostre opere di carità. (…). Fede, preghiera e carità sono vissute ogni giorno a Pompei, dove l’accoglienza è modo di vivere e di essere, secondo gli insegnamenti e l’esempio concreto del nostro Fondatore, il Santo Avvocato Bartolo Longo. Egli, seguendo la chiamata della Vergine del Santo Rosario, trasformò questa valle desolata nella città della fede e della carità, costruendo lo splendido Santuario, davanti al quale ci accingiamo a celebrare la Santa Messa, dando vita a numerose opere sociali e creando una nuova città, che si avvia a celebrare il 90° anniversario di fondazione». La carità è dinamica, si adegua ai tempi e alle mutate esigenze degli uomini. «Ancora oggi, non senza difficoltà – ha continuato Mons. Caputo – continuiamo a portare avanti la duplice missione del nostro Beato, con l’impegno pastorale, lo zelo nelle celebrazioni, l’accoglienza di milioni di pellegrini, tra cui le centinaia di persone che ogni giorno affollano la Sala delle Confessioni per l’incontro con il Padre Misericordioso; e, soprattutto, dando ospitalità a centinaia di bambini, giovani, anziani, donne e mamme in difficoltà, ex tossicodipendenti, diversamente abili, migranti, accolti nelle nostre opere di carità».

Da un lato, dunque, la carità, dall’altro, a supportarla, la preghiera.

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